Ospedale Unico del Nord-Barese, le verità nascoste! Facciamo chiarezza

 Mi scuso per la lunghezza dell’articolo, la sanità è materia complessa, oltre che concorrente, e per esternare compiutamente il mio pensiero devo necessariamente argomentare per rappresentarvi ciò che in 30 mesi di consiliatura ho cercato di apprendere. Diciotto mesi fa anch’io ero presente a Ruvo di Puglia nel palazzetto dove si tenne un incontro, perorato dall’anestesista Felice Spaccavento e altri, con Emiliano e i sindaci del territorio del nord-barese. Tante promesse e tanti buoni propositi furono sciorinati nel Palazzetto ruvese e alla fine gli amministratori firmarono la cosiddetta Carta di Ruvo. Fu l’ennesimo show di Emiliano privo di ogni supporto normativo, tant’è che da allora non si è dato minimamente seguito, ma gli è solo servito a prendere tempo in vista delle elezioni amministrative di Molfetta e Terlizzi che si tennero nel giugno 2017. Le responsabilità di Emiliano sono molteplici e attengono alla carentissima promozione e benessere della salute dei pugliesi, alla governance clientelare, all’inesitente controllo di gestione, alla pessima gestione del risk management, all’assenza pressoché totale di controllo, alle gare centralizzate che fanno aumentare i costi creando oligopoli, etc… Voci di costo che ci fanno sprecare ogni anno almeno 1.2 dei 7.2 miliardi di euro di spesa sanitaria complessiva e che da circa 8 anni ci costringono a vincoli ministeriali dolorosi che limitano ancor più l’azione regionale.
 
La prima delibera di Giunta relativa al piano di riordino ospedaliero fu la DGR 161 del febbraio 2016 (DDGR161_riordino), poi se ne sono susseguite altre 7, tra cui la DGR 239 (allegato tabelle dgr 239_17 riordino osp – DGR 239_17 riordino ospedaliero), riassunte nell’ultima DGR 53/2018 (DEL_53_2018), che fu bocciata dai tavoli affiancati del Mef e del Mis perché, tra le altre cose, prevedeva gli ospedali su più presidi che invece erano espressamente vietati dal DM 70/2015 (DM_70_2015) che è, unitamente al decreto Balduzzi del 2012 (Decreto_Balduzzi), il Decreto Ministeriale a cui i sistemi sanitari regionali devono obbligatoriamente ottemperare e adeguarsi. Ho fatto questa premessa per dirvi che dovendoci basare sull’attuale normativa statale e dovendo farsi bastare le infrastrutture ospedaliere presenti nei comuni di Corato, Terlizzi e Molfetta, nessuno dei tre presidi ha oggi gli standard e la capienza per contenere un ospedale unico di primo livello, anche se Corato è rimasto tale sulla carta. Un ospedale di primo livello, come potrete evincere dall’immagine in calce, non può avere meno di 220 posti letto e le relative unità operative complesse.
 
Visto che dal piano di riordino ospedaliero Terlizzi è stato declassato in struttura di riabilitazione e lungodegenza e avrà solo 60 posti, Corato 108 e Molfetta 70, è presto detto che per ottenere l’ospedale unico di primo livello nel Nord-Barese bisognerebbe chiudere due dei tre ospedali concentrando le specialità obbligatorie che vi riporto appresso, e i relativi posti letto, in un unica struttura.
Ecco perché Emiliano va raccontando che sono i sindaci di Terlizzi, Corato e Molfetta che si devono mettere d’accordo, lui continua a prendere tempo contando sulle lotte di campanile e sulla non conoscenza delle norme. Considerato che nessuno dei tre ospedali ha spazi sufficienti, mi dite come si può superare l’insormontabile gap strutturale? È evidente che prima di parlare di ospedale di primo livello, essendo vietati quelli dislocati su più presidi (e.g. Di Venere/Fallacara – Corato-Terlizzi-Molfetta), si devono costruire nuovi spazi a Corato, sempre che vi siano aree libere attigue al plesso esistente e atteso che i sindaci di Mofetta e Terlizzi rilascino nulla osta, oppure si dovrebbe pensare ad un ospedale ex novo che, peraltro, è da tempo nell’etere ma senza la dotazione di fondi Cipe o Fesr, dato che si svilupperebbe orizzontalmente e risponderebbe a tutti gli strandard di sicurezza odierni. A questo punto, però, bisognerebbe decidere dove farlo, a ridosso della s.p. 231 (ex S.S. 98) o della S.S. 16? Oppure tra Corato e Andria sconfinando e annettendo la BAT? In questa caso si dovrebbe tener conto del tempo medio di costruzione di un ospedale pubblico che può andare dai 19 anni trascorsi per realizzare l’ospedale della Murgia ai 35 impiegati per il Sacro Cuore di Gallipoli, insomma, un’eternità.
 
A questo punto è necessario allargare lo spettro per comprendere che avere un ospedale capiente, più che una scelta è diventata una necessità per evitare chiusure che sarebbero solo rimandate di qualche anno, e ulteriori privatizzazioni che sono il non detto che sottende alle scelte di politica sanitaria a tutti i livelli. La motivazione di questa mia ultima affermazione è da ricercarsi nel rapporto ricavi costo e nel piano di rientro triennale introdotti nelle leggi di stabilità del 2016 e 2017 dal governo nazionale, dove gli ‘illuminati’ legislatori hanno previsto che a partire dal giugno 2017 ed entro il giugno 2020, IRCCS e Policlinici dal giugno 2016 ed entro il 2019, tutti gli ospedali che non raggiungeranno un rapporto ricavi/costi pari al 7% o 7 milioni di euro dovranno essere chiusi. Dato che la quasi totalità degli ospedali pubblici è in una forbice assai più ampia, è chiaro che le strutture sanitarie che non potranno contare su un case mix ed un peso medio superiore all’1.2% tipico delle strutture con 300/400 posti letto, e cioè una complessità delle prestazioni sanitarie e chirurgiche tali da poter ottenere corrispettivi remunerativi (DRG = Diagnosis Related Group), non riusciranno ad evitare i disavanzi gestionali fissati dalla norma sovraordinata. Considerato che un posto letto nel pubblico costa mediamente 320 mila euro, con punte di 550 mila euro per il piccolissimo Lastaria di Lucera, mentre nel privato va dai 120 ai 180 mila euro, il disegno di privatizzare tutto è sempre più evidente e prende sempre più forma. I costi fissi dei nosocomi superano di gran lunga gli introiti a tal punto da non essere più economicamente sostenibili per i tanti vincoli normativi, così da giustificare tagli ciclici e inesorabili. Si cominciò a tramare contro la Sanità Pubblica con l’introduzione dei drg, mutuandoli assurdamente al sistema americano che è interamente privato e assicurativo, e si è proseguito con l’aziendalizzazione contenuta nella 502/1992 (DLgs_502_92), i blocchi e i vincoli assunzionali introdotti da Tremonti con la Legge 311/2004 (Legge 311_2004_stabilita_2005) e la Legge 122/2010 (Legge_122_2010), la modifica di 4 articoli della Costituzione con cui Monti nel 2012 introdusse l’obbligo del pareggio di bilancio, la direttiva comunitaria 161 dell’ottobre 2016 che ha esacerbato l’inadeguatezza delle risorse umane pugliesi, i numeri chiusi delle università, la penuria di concorsi per i primariati, la conseguente emigrazione lavorativa verso il nord e all’estero, l’inadeguatezza delle borse specialistiche che con le curve pensionistiche di alcune discipline diventano ancora più insufficienti, i rapporti ricavi/costi stringenti previsti nei commi delle leggi di Bilancio di cui sopra, etc…
 
È chiaro che se non puoi assumere personale per via del blocco perpetuo del 2004, per i blocchi frequenti del turn over, per le evidenti limitazioni del pareggio di bilancio, per la spesa vincolata dal piano di rientro prima e poi dal programma operativo, è ovvio che non puoi ampliare e adeguare le piante organiche all’epidemiologia e alle peculiarità orografiche dei territori, non puoi conseguire il LEA, figuriamoci i LES (Livelli essenziali di Salute), non puoi contenere la mobilità passiva, non puoi puntare ad una buona sanità e molto altro ci sarebbe da dire, ma diventerei lunghissimo.
 
Se a tutto ciò ci aggiungiamo l’assalto costante e progressivo delle cliniche private, che in molti casi sono diventate sostitutive e non integrative del SSN, visto che si sono accaparrate le specialità più remunerative lasciando al pubblico i poco profittevoli pronto soccorso, infettivi, pediatrie, rianimazioni, etc…,il quadro è pressoché completo. Last but not least, vanno ricordati anche i molti dipendenti del sistema sanitario che inefficientano volutamente la macchina pubblica per potersi rivendere l’attività libero professionale, il privato convenzionato sotto mentite spoglie, l’out of pocket in black, etc…
 
Alla luce di tanto, non ritenete che il sistema sanitario vada rivisto nella propria interezza? Io ho provato a dirlo chiaramente nei diversi incontri nazionali, convegni e ed eventi a cui negli anni ho partecipato. Per chi volesse approfondire e sapere cosa secondo me si dovrebbe fare per invertire il senso di marcia, senza la presunzione di voler essere esaustivo, consiglio di ascoltare ciò che ho detto sabato 21 aprile scorso a Santeramo a partire dal minuto 32.50 cliccando su questo link:
 
La sanità è glocalità, dall’universale (Stato) al particolare (Regione), pertanto, tornando all’Ospedale Unico del Nord-Barese, è fondamentale sapere che la norma nazionale ha stabilito che i presidi ospedalieri di I livello (bacino di utenza 150.000-300.000 abitanti) devono essere dotati delle seguenti specialità:

Medicina interna, Chirurgia generale, Ortopedia, Anestesia e servizi di supporto in rete di guardia attiva e/o in regime di pronta disponibilità sulle 24 ore (h.24) di Radiologia, Laboratorio, Emoteca. Devono essere dotati, inoltre, di letti di “Osservazione Breve Intensiva. Ostetricia e Ginecologia (se prevista per numero di parti/anno), Pediatria, Cardiologia con Unità di Terapia Intensiva Cardiologica (U.T.I.C.), Neurologia, Psichiatria, Oncologia, Oculistica, Otorinolaringoiatria, Urologia.

Dove le mettiamo tutte queste strutture complesse? A Molfetta, a Corato oppure a Terlizzi? Ad oggi da nessuna parte, non c’è spazio in nessuno dei tre plessi. Per questo, e per tutto ciò che ho finora esposto, ritengo che, nel breve periodo, continuare ad alimentare speranze nella gente vorrebbe dire contribuire a non fare chiarezza mistificando oltremodo la realtà. Se invece si raccontasse la verità, l’ignoranza in materia o malafede dei mestieranti della politica sarà più evidente agli occhi dei cittadini. Il sistema sanitario va riformato, altrimenti non potremo che sognare dell’ospedale unico e, invece, continuare ad erogare inefficienze, inappropriatezza, inefficacia e, all’insegna del si salvi chi puòchiudere altri ospedalitamponare le emergenze.
 
Ciò detto, Emiliano e i parlamentari che volessero interessarsi seriamente alla realizzazione del legittimo e sacrosanto Ospedale Unico di primo livello del Nord-barese devono combattere battaglie durissime soprattutto a Roma, perché la soluzione periferica non può prescindere da modifiche sostanziali e propedeutiche a livello centrale quali lo sblocco definitivo dei blocchi assunzionali, la rivisitazione dei costi standard per il riparto equo della quota capitaria, la modifica del DM 70/2015, la modifica della 502/1992, la modifica delle commi delle stabilità 2016 e 2017, l’adeguamento delle borse di studio all’epidemiologia e alle quiescienze, etc…altrimenti resterà un semplice pour parler e continueremo ad essere presi in giro rimanendo cittadini di serie B.
 
Lo stesso discorso vale per evitare la chiusura dei punti di primo intervento (DGR 4_5956238411047109506), che, al contrario, dovrebbero essere integrati nei PTA, nelle cosiddette Case della Salute o ospedali di comunità che dir si vogliano, per farli funzionare come filtro territoriale, capaci di trattenere i codici bianchi e verdi che oggi intasano i pronto soccorso. Per ottenere ciò non si potrà prescindere dal passaggio al ruolo unico del medico, dall’equiparazione degli emolumenti, dall’assunzione alla dirigenza medica dei MMG e PLS, dall’introduzione dell’H16, etc…
 
Se tutto si risolvesse per il meglio e si verificassero le condizioni per concepire l’ospedale unico, a quel punto dovremo sperare che i sindacati e la politica evitino di frapporre mille ostacoli per il trasferimento del personale da una città all’altra, visto che dopo la chiusura degli ospedali, conosco casi a Grumo e Ruvo ad esempio, molti addetti sono rimasti ‘imprigionati‘ all’interno. Una mission impossible? Sicuramente, ma vale la pena crederci e provarci!
 
Tanto vi dovevo al fine di ricercare la chiarezza necessaria e l’unità di intenti che servirà per perseguire l’obiettivo comune!

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